Intervistando Aleida Guevara

In uno dei primi post avevo scritto che «tra le cose belle del mio mestiere c’è il fatto che la mattina puoi trovarti a scrivere di sofisticati software per la gestione aziendale e il pomeriggio dedicarti a raccontare dell’ultimo ritrovato della coltivazione biologica della barbabietola, con un intermezzo all’insegna della ricerca del nome per quella start-up che proprio ci voleva». E poi, puoi trovarti a intervistare la figlia del “Che”. Già.

La prima reazione alla chiamata del caposervizio che ti dà questa notizia è: «Seee, come no!». Cioè, ti chiedi se chi sta all’altra cornetta abbia pensato di farti uno scherzetto bello e buono. Che tanto lo sa, che hai uno sviluppato senso dell’umorismo. Ma quando realizzi che, invece, avrai un’opportunità del genere, ciò che provi è: PANICO. Puro panico, ansia da prestazione, senso di inadeguatezza e desiderio di bere qualcosa di forte. Superato questo primo step, sedato soltanto da una telefonata fiume alla persona giusta (ognuno ha la sua!), ti parte invece il galoppo. Non riesci più a stare ferma dall’eccitazione. Se non per leggere, nelle poche ore a disposizione, tutto quello che puoi sul “Che”, la sua famiglia e le sue gesta.

Inutile dire che, quando finalmente sono riuscita a sedermi accanto ad Aleida Guevara e a farle le mie domande – rispolverando, ascoltandola, tutte le mie reminiscenze di Spagnolo del liceo (grazie prof!) -, la consapevolezza di avere davanti a me un pezzo di storia è diventata palpabile. Insomma, è stato bellissimo. Un’occasione imperdibile per accostarsi a un mondo diverso, sentire da vicino la forza di una persona che ha dentro di sé, vivi, valori e ideologie in cui, nel nostro quotidiano, abbiamo un po’ smesso di credere. Sfiorare (perché non credo di poter comprendere davvero) le difficoltà di un popolo che appena conosciamo. Poter ascoltare senza pregiudizi una persona così è stato un vero privilegio. Ne sono uscita commossa e piena di energie. L’articolo che, poi, è stato pubblicato sulle pagine della Cultura del Messaggero Veneto, il 7 maggio, è il condensato di una bellissima mezz’ora d’intervista. Molte di più sono le cose che Aleida Guevara mi ha detto, ma che per ragioni di spazio ho dovuto sacrificare: pensieri che faranno parte di me per sempre e che, certamente, contribuiranno a scolpire un nuovo pezzettino della mia persona.

Aleida Guevara_intervista di Erica Rizzetto
(Fonte: Messaggero Veneto, 7 maggio 2014)

 

Memoria

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Sento un coro alpino e mi viene in mente mio nonno Silvio, con la sua fisarmonica e i racconti di guerra. I suoi occhi, le mani che si stringono a pugno nel ricordare quei momenti. Ma la voce chiara, limpida, l’animo forte e pulito di chi ha visto e patito, ma con onore. Sempre. E ricordo che ogni volta, poi, sapevo che avrebbe dormito sonni agitati, scossi dalla memoria di un uomo buono che non poteva spiegarsi tanto dolore. E non posso che essergli grata, lo sarò sempre, per quei momenti che ha voluto condividere, nonostante fosse difficile. Gli sarò sempre grata per avermi insegnato, “semplicemente” vivendo la sua vita, il significato di parole come onestà, valore, correttezza, umiltà. Onore a mio nonno, oggi e sempre. E a tutti quelli come lui, nostra storia, che troppo spesso diamo per scontati. Onore agli Alpini.

Stringimi

È quell’abbraccio, quello consapevole. È lui il big bang della tua vita. Le sue mani non ce la fanno a incontrarsi, ma la sua forza è lì, nei gomiti. Quell’abbraccio è la prima cosa che ricordi. Prima non c’era l’acqua né il vento. Non c’era la terra né il fuoco. Non c’eri tu. C’era il pensiero di te. Di qualcosa che avresti dovuto essere, ma che ti sfuggiva. E ora, che ti sembra di poterlo toccare, sai già che non ti appartiene. La tua forma è cambiata, ha nuove regole e non sei tu a dettarle. Ma non hai paura perché non è il controllo la tua forza. La tua forza permea la tua pelle in quell’abbraccio, ti supera, volteggia e ti si scaglia di nuovo addosso come un’onda secca. E poi si infila in ogni parte di te, di ciò che di te resta. Lava via il veleno che hai portato dentro. Lascia in te il dolce sapore della vita.

In tutta coscienza

«Sei in ritardo!». La voce di mamma è un tuono. Di nuovo.
«Non penserai mica di correre come una pazza adesso, vero?».
Mi precipito fuori ancor prima che finisca la frase. La fermata dell’autobus è vicina, vedo in lontananza il puntino giallo. Devo fare in fretta. Scendo gli scalini a piè pari, corro lungo il marciapiede.
«Buongiorno Sofia, sempre di corsa eh?». È Silvia, mi saluta dall’uscio di casa.
«Forza dell’abitudine», rispondo.
Il marciapiede finisce, attraverso sulle strisce senza nemmeno guardare.
«Incosciente!», mi urla dal finestrino Angelo mentre inchioda. Mi volto in corsa, gli chiedo scusa. Di nuovo lo sguardo sulla strada, appena in tempo per evitare Gigi in bici.
«Incosciente!», grido.
Mi infilo al mercato. É ancora presto, ma il fruttivendolo è già lì che dà i resti. Troppa gente, passo di lato. Curva secca, zig zag tra le cassette di fragole. Uno sguardo al banco: verde, rosso, giallo. Manca il blu, penso.
E in un attimo, eccolo lì. Ma non è proprio blu, veramente è azzurro, striato di bianco soffice. E non è accanto al giallo di prima. Mi sento intorpidita, sarà per la corsa. Strizzo gli occhi, guardo meglio: il cielo! Sento piccoli sassolini sotto i palmi e qualcosa sulla faccia. È una mano. Poi due occhi, un naso e una bocca che si muove. Strana questa bancarella. E poi una voce: Incosciente, mi pare di sentire.
«È cosciente», dice la bocca mentre si volta.
È Angelo, mi guarda e sorride: «Direttamente dal pero su una buccia di banana, solamente tu!».