Non un tono, né un taglio, neppure una misura.

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Un anno è un lasso di tempo terribilmente lungo di per sé, figuriamoci se pensiamo che sia quanto può passare tra un post e un altro. E così invece è stato. Già, un anno è passato dai primi e ultimi post. Inutile trovare scuse del tipo “c’ho avuto da fa’” perché chi di noi non è oberato da lavoro, famiglia, pensieri o scimmie urlatrici? Tanto per tenervi aggiornati, nel mio caso hanno prevalso le ultime.

Ho iniziato questo diario non avendo bene chiaro in testa cosa ne avrei fatto. Le mie buone intenzioni mi spingevano a farne un blog professionale, di quelli in cui scrivere tante cose intelligenti su come si produce un testo, sul perché lo si fa o magari sul fatto che chi lo fa non è pagato abbastanza. Ma ora, a distanza di un anno, ho deciso che no, un approccio troppo serio al mio lavoro, almeno qui, con me non avrebbe funzionato. E quindi? Perché mai qualcuno dovrebbe leggere qualcun altro che non sa nemmeno cosa vuole scrivere. Ancora non lo so, ma quello che so è che riempirò questo blog di parole. Sì, parole. Perché fate quella faccia? Ah, tutti i blog sono fatti di parole. Bella obiezione. Ma io lo riempirò con le mie parole, che poi sono quelle con cui mi pago da vivere (già in questa frase di materiale ce ne sarebbe: “pago” è la cosiddetta “parola grossa” e non perché fatta da lettere panciute). Quindi, da un certo punto di vista, non tradirò del tutto la mia idea di partenza e forse ne uscirà comunque un blog “professionale”. Ma un pochino meno incravattato. Insomma, eviterò di darmi un tono, un taglio e pure una misura.